F.J. Haydn, Missa in angustiis Hob. XXII:11
“Nelsonmesse”
G.F. Händel, Chandos Anthem n.2 “In the Lord put I my trust” HWV 247 – Overture
F.J. Haydn, Te Deum Hob. XXIIIc:1
Ensemble Pian & Forte
(Violini primi: Carlo De Martini, Lathika Vithanage, Massimo Percivaldi, Chiara Zanisi; violini secondi: Mauro Massa, Heriberto Delgado Gutierrez, Isotta Grazzi, Luca Alfonso Rizzello; viole: Ljiljana Mijatovic, Maria Antonietta Losito; violoncelli: Claudio Frigerio, Marlise Goidanich; contrabbasso: Paolo Rizzi; trombe naturali: Matteo Frigé, Simone Telandro, Emanuele Goggio; timpani: Matteo Manzini; organo: Antonio Frigé)
Ensemble vocale Il canto di Orfeo
(Soprani: Sakiko Abe, Francesca Cassinari, Alessandra Gardini, Vera Milani; contralti: Paola Cialdella, Giuseppe Conte, Jacopo Facchini, Nausicaa Nisati; tenori: Paolo Borgonovo, Marco Canepa, Maurizio Dalena, Matteo Mezzaro; bassi: Mauro Borgioni, Marco Calabrese, Gilberto Jiménez, Pino Raduazzo)
Direttore: Gianluca Capuano
Le ultime sei Messe, composte da Haydn fra gli anni 1796 e 1802 per l’onomastico della principessa Maria Josepha Hermengilde Esterházy, celebrato ad Eisenstadt nel mese di settembre, sono state definite il “coronamento dell’arte” del compositore austriaco: in queste opere, infatti, Haydn estende alla scrittura vocale i risultati raggiunti nella sinfonia, costruendo monumenti di “musica totale”, in cui una lucida razionalità, mai annebbiata dalla ricchezza compositiva, diviene il veicolo per la piena realizzazione della dedica Soli Deo Gloria, che ne chiudeva le partiture autografe.
Fra queste Messe spicca la Missa in angustiis, che deve il suo titolo al momento particolarmente buio in cui fu composta: nell’estate del 1798, infatti, la crisi connessa alla minaccia portata dalle armi della Francia rivoluzionaria al “migliore dei mondi possibili”, (così Haydn percepiva il crepuscolo dell’ancien régime), sembrava inarrestabile e si era già concretizzata nel licenziamento, da parte del principe Esterházy, degli otto suonatori dei legni (assenti, infatti, nella partitura originaria della Messa, eseguita nella presente occasione).
Intorno al 15 settembre, mentre Haydn stava già provando, tuttavia, giunse inaspettata la notizia della schiacciante vittoria riportata sulla flotta francese dall’ammiraglio Nelson nella baia di Aboukir, il 1° agosto: l’esecuzione della Messa, pertanto, non poté non trasformarsi in una celebrazione di ringraziamento, che fu ripetuta, insieme a un Te Deum, di fronte a Nelson in persona, durante il breve, ma trionfale, soggiorno dello stesso ad Eisenstadt nel settembre dell’anno 1800: non stupisce, di conseguenza, che l’opera, da allora, sia stata universalmente conosciuta come Nelsonmesse.
L’associazione fra la Messa e il nome di Nelson, peraltro, non ha potuto che uscire rafforzata da talune caratteristiche dell’opera, quali la scrittura del Benedictus, la cui inusuale energia si sfoga in possenti fanfare di trombe, in cui è stato fin troppo agevole ritrovare un riferimento all’incedere dell’eroe, anche se è indubbio che, avendo composto la Messa prima di avere notizia della vittoria inglese, Haydn intendesse rappresentare una potenza assai più elevata dell’ammiraglio (un precedente per il tono di questo Benedictus può essere ravvisato in quello della mozartiana Spaurmesse, in cui però gli accenti sono assai più leggeri).
Che un’opera composta in un clima tanto buio abbia potuto prestarsi così bene alla celebrazione di un evento felice appare, comunque, stupefacente: nell’articolazione dei sei numeri della Messa, infatti, è difficile evitare di percepire una progressione che, prese le mosse dal tono di angosciosa violenza di un Kyrie (insolitamente in Re minore), introdotto da una serie di marziali accordi orchestrali e sottolineato dalla drammaticità del dialogo fra il coro e il soprano, si sviluppa nel Gloria e del Credo, entrambi tripartiti, in cui il nuovo stile sacro di Haydn si manifesta nella sua pienezza, per stemperarsi, infine, nella serena dolcezza dell’Agnus Dei e nella gioiosa fuga del Dona nobis, che chiude la Messa in un risplendente re maggiore.
Il Te Deum in do maggiore Hob.XXIIIc:1 non è quello, assai più esteso, eseguito di fronte a Nelson, ma risale, agli anni ‘60 del ‘700, la grande energia e la compattezza dell’opera, tuttavia, sono le stesse dell’intonazione successiva, forse risalente al 1799.